Ci sono giorni in cui le emozioni non si lasciano fotografare. Allora scrivo. Sono Enrico, ho trentadue anni, sono un fotografo freelance: racconto la felicità degli altri con uno sguardo discreto e sensibile. Ma ci sono momenti in cui la felicità non la trovi, nemmeno in un’immagine ben composta. Sono quelli in cui senti il bisogno di tornare a te stesso, di ascoltarti, di scrivere. “Momenti” nasce così: da un bisogno silenzioso di dare forma al sentire. Non è un diario, né una raccolta di poesie. È piuttosto un cammino interiore, fatto di piccole fenditure emotive da cui passa la luce. Ho scritto questi testi – a volte brevi come un sospiro, a volte più densi – per attraversare fasi diverse della mia vita: l’introspezione, la perdita, la consapevolezza, la rinascita. Accanto alle parole, ho scelto alcune fotografie. Non sono illustrazioni, non servono a spiegare. Sono compagne di viaggio. Alcune evocano un ricordo, altre un silenzio, altre ancora una verità che non sapevo nemmeno di voler dire. Questo è il mio modo per restare. Per attraversare le emozioni senza farmene travolgere. Per crollare, scrivere, fotografare… e ricominciare. Forse troverai in queste pagine un riflesso dei tuoi momenti. Se accadrà, allora queste parole non saranno più soltanto mie.
Enrico Caprio, 2025
C’è un tempo in cui ci si guarda dentro con occhi timidi, sfiorando ricordi che non vogliono farsi dimenticare. È lì che inizia il viaggio.
Sei il sorriso
incerto di un’alba
che non sa ancora
per quanto brillare:
fragile e bellissima.
– Ancora tu?
Sussurrano i tuoi occhi timidi.
– Ancora io.
Risponderei.
Ma quegli occhi
sono ora un lago di ghiaccio,
le nostre labbra non si muovono più,
e noi restiamo
immobili e in silenzio
senza equilibrio
fino al prossimo disgelo.
Nei colori dell’autunno
si assopisce,
consumato e tiepido,
il mio cuore.
Come quella neve
ti posi
leggera ed effimera
sulla mia vita
senza nemmeno
saperlo.
La tua carezza,
gelido conforto
sulle mie guance umide,
non mi sfiorerà più.
E torneranno a riempirsi
di sale i miei occhi
e il frastuono delle onde
d’inverno scaverà nelle mie paure
ancora più a fondo
finché non potrò più sentirle.
Eppure, oggi, sento ancora
il calore di ogni ricordo
pallido, come il sapore
di questo mare
distante, che non scompare.
Manchi
come il mare.
Ci stancheremo,
mi stancherò,
un giorno, forse,
di respirare affannosamente,
di contare gli istanti
appesi alla memoria,
di vivere accartocciati,
di avere paura.
Mai potremmo,
potrei,
rinunciare ai tuoi abbracci,
smettere di inebriarmi
con te,
di te.
– Sei diverso,
eppure ti ricordo
proprio così.
– Sei la stessa,
eppure
non ti riconosco più.
Così ci ritroviamo
sempre qui,
senza sapere
chi dei due viva
ancora e solo
nei ricordi dell’altro
e chi mente.
Malgrado il vento e il ghiaccio
mi pervade
un calore sempre nuovo
ogni volta
che sto con te.
Alcuni dolori non possono essere evitati: si devono solo attraversare, uno a uno, senza perdere la bussola di ciò che siamo.
Vi ho visti
assaporare il tramonto
insieme,
ed io sbirciavo
la vostra felicità,
quasi di nascosto,
col cuore e gli occhi
gonfi di un’emozione
che mi è sembrata
infine
un po’ anche mia.
Ti ho scritto una lettera
che non leggerai mai
cosi che ogni parola possa
essere e rimanere
possibilità inespressa
finché, una ad una,
non cada
sfinita e senza peso
nell’oblio
dei sentimenti soppressi.
Impercettibili sguardi,
delicate carezze
e minuscoli momenti
di felicità
consumati dal tempo.
Ora,
soli e sterili
riflessi incolori
scalfiti sulle nostre lapidi
tra sfumature sfavillanti.
Nel respiro atipico
e profondo delle foglie
incartocciate sui prati spenti,
nel profumo pungente
dei tronchi stanchi,
nell’ultimo luccichio di vita
che mi circonda:
sola, così, resti
aggrappata coi tuoi rami spogli
alla memoria, che muore
nel silenzio dei colori
dell’inverno che verrà.
Al primo accenno d’inverno,
tra ricordi fugaci e felici,
riappari e mi bruci:
è già inferno.
E giaccio di ghiaccio;
sparisci.
Indagare
le tue sfumature infinite
è scoprirsi
dietro le palpebre chiuse,
respirando
a pieni polmoni
i tuoi colori
i tuoi sbuffi
e ogni mia
grandiosa fragilità.
Equilibrio è
rimanere
sospesi
ad occhi chiusi
sul ciglio del baratro
e sorridere
mentre dentro
è tempesta.
Ti cerco
tra le pieghe del tempo,
dove la memoria vacilla
cedendo il passo ai sogni.
Il tuo ricordo
è un’ancora sospesa nel vento:
non so più
se sei cielo o mare.
Ormai troppo spesso
capita di fermarmi
con la penna tra le dita
e pensare alle righe
che vorrei scrivere tra di noi.
Poi mi perdo
in quegli oscuri spazi bianchi,
così vuoti,
eppure ancora pieni
di tutto quello che eravamo,
che non siamo
e che sarò.
Dopo ogni tempesta si cerca il fondo. In fondo, però, si trova spesso un nuovo inizio.
Ti ho vista attraversare
nuovamente i miei pensieri:
un fantasma di luce
in un pallido mattino d’inverno.
Con timido candore
venivi a portare il sole.
Poi ho riaperto gli occhi
avvolto ancora nella neve:
il tuo fragile riflesso
si scioglieva
danzando lieve nel vento,
come un fiocco che non si posa.
Io ancora resisto
ammantato dal gelo;
tu resti
il germoglio che non sboccia
in primavera.
Ti vesti d’oro e di luce
perché non puoi essere
altrimenti.
Io intreccio i nostri ricordi,
come finimenti,
nel buio dei sospiri
che ancora cercano pace.
Non c’è posto per i colori
tra gli sbuffi di ghiaccio
che ti stropicciano appena.
E vorrei imparare a camminare
senza meta
sul tuo dorso
e incespicare
e sprofondare
nel freddo e nell’oblio
per perdermi
congelato e senza tempo
tra le sfumature candide
dei tuoi più profondi pensieri.
Qui si fermano le parole
e i nostri battiti
sospinti all’unisono
fino a pochi istanti prima.
Ma con gli occhi chiusi
danziamo ancora nel vento
distanti riflessi
di un’eterna e incompiuta felicità.
Abbacinante imperfezione,
vertiginoso slancio,
inesorabile e lenta decadenza,
eppure
il brivido e il ricordo
maestoso di te,
come te,
perdurerà.
Ho guardato avanti,
dietro pensieri di nebbia,
per trovare parole
che mai pronuncerò.
Ho frugato nelle emozioni
abbandonate ogni notte
sui cigli dei marciapiedi
prima che l’alba
le inghiottisse.
Ho scandagliato i fondali
ai margini estremi delle mie paure,
scoprendo abissi
già ebbri.
Ho squarciato ogni velo
per sbirciare oltre gli spettri
smarriti tra le tue ciglia
e le mie lacrime.
Ho guardato indietro
così tante volte,
da non vedere più.
Ho guardato indietro
per andare avanti
e non voltarmi più.
Alla luce dell’alba,
a volte,
brillano ancora
i sogni della notte,
eppure, assuefatti al buio,
quasi ciechi,
non ce ne siamo mai accorti.
Non si guarisce tornando indietro; si rinasce imparando ad amare ciò che resta, ciò che cambia, ciò che torna.
Non proverò più
a raggiungerti
oltre il confine,
non lo desidero più.
E non voglio
scoprirti ancora
nei miei pensieri.
Che cielo e mare
restino distinti
a ricordarmi
quanto fosse
terreno e celeste
e impossibile
amarci
allo stesso tempo.
Sento il cuore
schiudersi di nuovo
ad ogni tramonto sul mare
e navigo ancora
dove non credevo più
di poter arrivare.
Tiepido è l’abbraccio di un sole ormai pallido
mentre i pensieri danzano
ancora sulle tue ali di luce
e si perdono nell’abisso.
Tu resti a riva; io volo
in un cielo di cenere e stelle
e il tuo ricordo
onda dorata e fumo,
quasi di un sogno che svanisce,
mi travolge e mi accarezza
e non fa più male.
Sei l’attesa
di cui non riesco
a contare il tempo.
Ho visto i miei occhi
riflessi in un tramonto di cera.
Che sia questa la felicità?
L’eterno istante
d’incompiuta e inarrivabile
bellezza
prima delle tenebre
che si spegne in un soffio,
come una candela:
fiuuu!
Da te ho appreso
e perfezionato
l’indomabile arte
di infrangersi
per ricomporsi.
Baciami
alle porte della notte
quando i miei sospiri
si fonderanno coi tuoi,
e non servirà più
alcun battito
per scandire il tempo.
Baciami
quando il mio tremare
diverrà insostenibile
e la tua mano, sola,
potrà sfiorare la mia fragilità.
Baciami
lentamente,
finché l’alba non ci divora;
e solo allora
baciami ancora.
Svegliami all’alba,
quando il mondo dorme ancora,
per sentirne il respiro
pulsante e profondo,
scandire il nostro tempo
più lentamente che mai.
Svegliami all’alba,
per non perdere un istante,
insieme,
respirando a pieni polmoni
la brezza fresca e nuova
che viene dal mare.
Svegliami all’alba,
prima che i suoi colori,
pallidi e asciutti,
svaniscano dalle pareti,
e tu, con loro,
sbiadisca in un ricordo
opaco e imperfetto
dietro al vetro.
Svegliami all’alba,
perché è il solo momento
in cui, per un istante,
scordo che accanto a me
non ci sei più,
e stringendo la mano tra le tue dita
intangibili,
senta ancora quel calore rosso,
che mi dava la forza
per ogni passo verso
un nuovo tramonto.
A chi resta, a chi se ne va, a chi sa ritrovarsi.
Sempre.
Chiavenna, aprile 2025
Enrico
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